La risonanza magnetica mostra le risposte alle cure
Alzheimer
MILANO. Con una semplice risonanza magnetica i medici possono
capire se il cervello è in grado di rispondere alla terapia
farmacologica contro l'Alzheimer. A dirlo è uno studio
condotto dal dipartimento di Psicologia dell'Università
di Milano-Bicocca, in collaborazione con l'ospedale Niguarda
di Milano e il dipartimento di Psicologia dell'università
di Pavia, pubblicato sulla rivista Behavioral Neurology.
Lo studio, spiegano gli esperti, ha dimostrato che "i
pazienti che subiscono un progressivo peggioramento della
malattia nonostante il trattamento farmacologico hanno una
significativa atrofia dei nuclei profondi del cervello
colinergici e dei fasci di sostanza bianca circostanti". In
parole povere, il cervello porta i segni della sua resistenza
alla terapia, e questi segni sono visibili alla risonanza.
"La ricerca - spiega Eraldo Paulesu, docente di
Psicobiologia e responsabile dello studio - è la dimostrazione
che potrà diventare possibile monitorare efficacemente la
risposta alla principale classe di farmaci utilizzati per
ritardare il declino cognitivo nell'Alzheimer. Ad oggi non
esiste un singolo test di laboratorio o clinico per fare
diagnosi di demenza né tantomeno per predire la risposta ai
farmaci. Attraverso una risonanza magnetica è invece possibile
individuare le aree del cervello in cui c'é una riduzione
significativa" dei tessuti cerebrali.
Lo studio è stato finanziato dall'Assessorato alla Sanità
della Regione Lombardia e ha dimostrato che "una risonanza
magnetica strutturale, eseguita dopo un breve periodo di
trattamento farmacologico di 9 mesi, permette di differenziare i
pazienti che rispondono alla terapia da quelli che non traggono
beneficio alcuno". I risultati sono ancora allo stadio
preliminare, ma "rappresentano il primo tentativo
sistematizzato di creare un protocollo per valutare l'efficacia
di un farmaco, protocollo che a lungo andare potrebbe rivelarsi
promettente nell'identificare, prima di iniziare il trattamento,
i pazienti a cui prescriverlo".
I ricercatori hanno chiesto un finanziamento al Ministero
della Salute, conclude Paulesu, "per poter condurre lo studio
su più larga scala: il che ci dovrebbe permettere di passare
alla pratica clinica".