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Sono il tipo di fibre e non la quantità a favorire mutamenti nell'intestino che proteggono dal cancro
Alimentazione
venerdì 04 maggio 2012

SYDNEY. Una dieta a basso contenuto di fibre é da tempo collegata a più alti tassi di cancro all'intestino, ma non era finora chiaro perché l'incidenza del male continui ad aumentare anche in popolazioni come quella australiana, che consumano un'alta quantità di fibre alimentari. Una nuova ricerca australiana conferma che è il tipo di fibre e non la quantità a favorire mutamenti nell'intestino che proteggono dal cancro. Secondo gli studiosi dell'Ente nazionale di ricerca Csiro, la risposta è nell'amido resistente, quella frazione dell' amido che resiste al processo di digestione da parte degli enzimi dell'intestino tenue e raggiunge quindi l'intestino crasso, dove il cancro si forma. Lì l'amido fermenta e produce composti protettivi detti grassi acidi a catena corta, favorisce il lento assorbimento dei carboidrati e riduce il picco glicemico. E arreca beneficio grazie alla stimolazione selettiva di batteri presenti nel tratto intestinale, permettendo di riequilibrare la flora batterica. Lo studio, pubblicato nel Journal of Nutrition, ha dimostrato che i topi di laboratorio alimentati con una dieta ad alto contenuto di amido resistente non solo lo tolleravano bene, ma aumentavano la produzione di acidi grassi a catena corta nell'intestino crasso. L'amido resistente si trova nel mais, in alcuni cereali integrali, in legumi, lenticchie e nelle banane non mature. E' tuttavia difficile consumare la dose quotidiana di 20 grammi di amido resistente, che equivale a mangiare tre porzioni di lenticchie, scrive l'autore della ricerca Trevor Lockett, specialista di cancro colorettale. Il Csiro ha già sviluppato con successo orzo con alti livelli di amido resistente e nella prossima fase intende fare altrettanto con il frumento, un cereale di più alto consumo, con l'obiettivo di utilizzarlo nel pane, nella pasta e nei cereali da colazione. Con un 80% di casi di cancro intestinale non riconducibili a cause genetiche, la dieta resta la chiave per prevenire la malattia, sottolinea Lockett.