ROMA. Nuovi indizi inchiodano i cambiamenti climatici: tra i tanti problemi ad essi connessi c'è anche la diffusione della malaria in alcune parti del mondo che fino ad oggi sembravano relativamente immuni. A lanciare l'allarme è una ricerca, pubblicata nel Quarterly review of biology, in cui si sottolinea come nella diffusione di questa malattia in aree montuose dell'Africa orientale, dell'Indonesia e perfino dell'Afghanistan svolga un ruolo importante il riscaldamento globale.
La malaria è endemica nei Paesi del sud del mondo, caratterizzati da climi particolarmente caldi e umidi come in Africa, Sud America e Sud est asiatico. Lo sviluppo e la sopravvivenza, sia della mosca che la diffonde che del parassita che è il veicolo primario della malaria, sono altamente sensibili ai pattern delle temperature giornaliere e stagionali. E' per tale motivo che questa malattia è tradizionalmente rara nelle zone montuose più fresche.
Le ultime analisi tuttavia - come hanno sottolineato gli autori della ricerca, uno dell'Università di Atlanta e l'altro di quella di Wegeningen, in Olanda - hanno evidenziato come, nel corso degli ultimi 40 anni, la malaria si sia diffusa anche in zone montuose.
La causa di questo devastante processo, secondo le ricerche condotte negli ultimi anni, è da attribuire al riscaldamento globale, tesi questa che tuttavia non è unanimemente condivisa negli ambienti scientifici. Il nuovo studio ha messo a confronto le diverse tesi sull'argomento, considerando anche altri fattori che possono interagire con il clima influendo sul diffondersi della malaria: le emigrazioni dalle aree di pianura più calde verso quelle montuose e il diffondersi di nuove culture, il granoturco in particolare e di diversi sistemi di coltivazione.
La conclusione è che il cambiamento climatico ha certamente "un ruolo importante" nell'estendersi delle aree malariche. "Capire i molti fattori che influenzano il diffondersi della malaria nelle zone montuose potrebbe aiutare nel controllare la sviluppo della malattia a livello mondiale", ha affermato Constantianus Koenraadt, della Wageningen University. |
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