09-09-2010
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08-02-2010    Le mamme italiane sempre più 'vecchie'

Il primo figlio dopo i 35 anni
ROMA. Le mamme italiane sono sempre più 'vecchie': il 34% delle donne, infatti, ha il primo figlio dopo i 35 anni, mentre 6 su cento affrontano la maternità dopo i 39. E aumentano anche le coppie infertili, 50 mila ogni anno (il 15%), mentre "manca totalmente" la prevenzione per la salute dell'apparato riproduttivo. E' il bilancio tracciato dagli ordinari di ginecologia e ostetricia delle università romane, in occasione della 32ma Giornata per la vita celebrata ieri.

"L'età media della prima gravidanza si è spostata in avanti per problemi di ordine economico legati sia alla precarietà del lavoro, sia alle difficoltà di conciliare famiglia e carriera - spiega Roberto Angioli, ordinario di ginecologia e ostetricia dell'Università Campus Bio-Medico di Roma che ha organizzato il convegno - anche se il tasso di natalità, dopo aver toccato i minimi storici, sta riprendendo, sulla spinta anche delle donne immigrate".

E' necessario però, sostengono gli esperti "che le forze politiche si impegnino maggiormente nel sostegno delle famiglie, dei nuclei numerosi o di quelli in condizioni di disagio economico, ponendo particolare attenzione verso le madri dei gruppi etnici immigrati, che talvolta hanno maggiore difficoltà nel far rispettare i propri diritti". La donna, sintetizza Angioli, "deve essere sostenuta a 360 gradi, non solo nei mesi a ridosso del parto".

Secondo gli esperti, accanto a politiche più attente alle necessità delle madri dopo che i figli sono nati, bisognerebbe puntare anche sulla prevenzione della sterilità attraverso "l'educazione delle giovani generazioni". Non basta, infatti, "demandare alla scuola l'educazione sessuale - sottolinea Donatella Caserta, ordinario di Scienze ginecologiche, Perinatologia e Puericultura dell'Università La Sapienza - perché in molti casi comportamenti corretti e diagnosi precoci di malattie come l'endometriosi permetterebbero di evitare l'infertilità da adulti". E si potrebbe iniziare, conclude, "dai consultori, visto che meno di un terzo di quelli esistenti - nel Lazio, ad esempio, solo 46 su 164 - hanno sezioni espressamente dedicate ai ragazzi".







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